V'è un luogo in Capitanata, dove la sera del 1° Novembre, col calore delle tenebre, si accendono i fuochi in onore dei defunti: è Orsara di Puglia, paese di 3200 anime, situato sui monti dell'Alta Daunia.Da tempi remoti questa tradizione si rinnova intatta, a volte più sentita, a volte più silenziosa, ma sempre con le stesse peculiarità: fuoco e culto dei morti si fondono in un binomio inscindibile da tempo immemorabile. Ultimamente è cresciuta l'attenzione verso questa manifestazione, prima in ambito provinciale, successivamente in quello regionale con qualche curiosità a livello extraregionale.
Non sono fuochi che si accendono per risvegliare qualche sopito istinto primordiale nè si vuol cercare di imitare qualche festività venuta d'oltreoceano, facendo un viaggio a ritroso. Con Halloween Orsara non ha alcun punto di contatto: è esattamente l'opposto di quello che i mass media vogliono propinare per quel suo carattere commerciale e consumistico che ha assunto in terra d'America.Quindici giorni prima della festa d'ognissanti, adulti, ragazzi e bambini fanno a gara nell'accatastare ginestre e altra legna. Un elemento caratterizzante del falò è rappresentato dalla ginestra, arbusto che cresce abbondante sui pendii dei nostri monti. Il crepitio di questi arbusti risuona per tutte le strade e le faville arrivano in alto ad illuminare questa notte di ricordi, d'amore ma anche d'ataviche paure che il tempo non ha cancellato.
Il fuoco è l'elemento magico. Ad Orsara, caso unico in Italia, i falò si accendono da tempi remoti: è una tradizione della civiltà contadina rimasta immutata nel tempo e che sempre si è celebrata nell'identica maniera, al limite tra il profano e il sacro.Nella preistoria l'uomo accendeva il fuoco con l'intento di riscaldare, purificare e tenere lontani gli spiriti del male. Oggi si accende il fuoco per poter far ritrovare la via di casa alle anime del purgatorio e offrire loro un pò del calore che il regno oltremondano non può più offrire; è calore umano, è calore fisico che i vivi intendono trasmettere alle anime dei propri cari.
Un tempo, quando in quest'angolo di mondo non vi era il fragore dei media ed il carattere profano era ancora vivo, si usava porre in una bacinella piena d'acqua dell'olio e sopra si poneva un treppiede con una lambada (luce ad olio): alla fioca luce della candela si poteva assistere, secondo i vecchietti, alla sfilata delle anime del purgatorio. Per le strade risuonava il crepitio delle ginestre e in ogni angolo ardeva un fuoco.
Elemento caratterizzante era la ginestra. Per quale motivo? La ginestra è un arbusto che cresce abbontantemente sui fianchi dei monti e delle colline orsaresi ed in più esso è profumato e si volatilizza facilmente, facendo sembrare che il legame cielo terra si compia sotto i nostri occhi. Tale era il senso del fuoco presso le antiche popolazioni che accompagnava sempre i sacrifici.
Solo in questo luogo i falò, fuoca coste, si accendono la sera del primo novembre: per tutta la notte ardono numerosissimi, vicino alle abitazioni si appendono le zucche antropomorfe con una candela accesa all'interno e le vecchiette, prima di andare a letto, prendono dal falò un pò di brace e la portano in casa, deponendola nel camino o in un braciere. E' convinzione che le anime dei defunti ritornano tra i vivi , facciano visita ai parenti e ritornino alle dimore dove avevano vissuto , si riscaldino e continuino il loro peregrinare per tutta la notte. E' dunque un atto di cortesia per i defunti, un gesto d'amore per queste anime che ritornano, ma è anche atavica paura per il regno ultramondano, quasi come se mancando al dovere dell'ospitalità e del calore familiare il defunto possa vendicarsi sui vivi. Altro elemento curioso era ed è la compartecipazione al fuoco: se non si provvede a farne uno proprio, si partecipa al rito mediante l'apporto di qualche fascina o di alcuni tronchi a quello del vicino.Testo del Prof. Michele Lepore
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